GRENADINE – Brillanti professionisti che decidono di improvvisarsi marinai

GRENADINE – Brillanti professionisti che decidono di improvvisarsi marinai

Resoconto di un gruppo di brillanti professionisti che decidono di improvvisarsi marinai imbarcandosi per due settimane su di un mezzo di trasporto a loro finora sconosciuto: un catamarano a vela

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Il mondo, si sa, sta diventando sempre più piccino. Mezzi di trasporto fantascientifici lo renderanno presto ulteriormente semplice e veloce da visitare. Località esotiche che solo fino a pochi anni orsono sembravano lontanissime, grazie alla capillare rete di neonate aerolinee, sono alla portata di poche ore di volo.

Purtroppo solo l’idiozia di alcuni riesce a complicare la vita a milioni di persone e, fra questi, per ultimi, anche a noi viaggiatori.

Per mia fortuna in questi anni ho avuto la possibilità di visitare molti paesi che ora sono impraticabili.  Alcuni di questi mi sono entrati nel cuore anche se non particolarmente ricchi di bellezze naturali o di cultura. Solo per empatia col luogo e con le sue genti.

Stavolta, però, avevo pensato di passare le vacanze natalizie in una località bella, anzi, BELLISSIMA! Un posto universalmente ed incondizionatamente riconosciuto stupendo da tutti. I Caraibi! Le Antille!

In effetti, pur avendo già visitato una buona parte delle piccole nazioni che formano il grande arcipelago caraibico, stavolta mi incuriosiva la parte sud, le Grenadine.

A coinvolgermi ancora di più è stata la possibilità di visitarle con un mezzo di trasporto a me finora sconosciuto: la barca a vela.

Non ne so assolutamente nulla! Quando sento parlare di orzate, cazzate, randa e poppe penso proprio a tutt’altre cose. Inoltre soffro terribilmente di cinetosi tanto che ho serissime difficoltà a salire su un pedalò senza che mi colga immediatamente la nausea! Tutti gli ‘esperti’ ai quali confido il progetto mi sconsigliano vivamente perché la lenta andatura a vela accentua il mal di mare. Soprattutto in quel mare dove, in situazioni di calma, ci sono onde alte due metri ed il vento a 60km/h. Tutto è ostile.

Quindi? Sfida accettata! Proviamoci!

Il mare ed il sole invernali sono una calamita per i fanatici dell’abbronzatura, inoltre il programma è bellissimo ed accattivante quindi gruppo si forma rapidamente. Molti cari amici e qualcuno che non lo era ma lo diventerà.

Mentre si avvicina la data di partenza cominciamo a conoscerci fra di noi e ad approfondire i rudimenti di navigazione da amici o cugini che ‘ne sanno’ e che dispensano consigli a piene mani. Dai rimedi dei nonni usati per non vomitare, del tipo di rosicchiare zenzero (bleah!) oppure bere l’acqua di cottura del riso fino ai cerottini di scopolamina (che in Italia sono stati ritirati dal mercato ma in Francia no e costano 45€ x 5pezzi) oppure al Dramenex (ottimo) che però si trova solo in Egitto.

Il consiglio del quale cercherò di fare prezioso tesoro è quello di utilizzare, al posto di una barca a vela monocarena, un più stabile catamarano.

Aggiudicato! Avventure pensa alla prenotazione dell’imbarcazione, si chiama Victoria, tutto un programma!

Arriva il giorno della partenza. Piano dei voli spettacolare: a Milano la mattina alle 9 e, complice il fuso orario, bagno in piscina alle 17 a Fort de France in Martinica.

Dedichiamo il giorno successivo a visitare una, parte dell’isola e l’indomani ci rechiamo al porto a visionare la ‘nostra’ imbarcazione, quella che sarà la nostra casa per i prossimi 12 giorni.
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La vediamo, è bellissima! Cioè…é uguale a decine di altre, anzi…non é nulla di che ma mio cugino esperto dice che le barche hanno un’anima e io, che ho battezzato e amato tutte le moto che ho avuto, voglio credergli e, sì, alla Victoria voglio già bene.

Sbrighiamo velocemente le formalità relative al noleggio. Cioè, i responsabili avrebbero anche approfondito tutti gli aspetti tecnici del battello ma vedendo che il noleggiatore (noi) non sapeva quasi distinguere il davanti con il dietro, si sono limitati ad una veloce infarinatura sul funzionamento delle dotazioni di bordo. Tanto sarà lo skipper a fare da tutor. Controlliamo che ci sia il pieno di gasolio e quello di acqua dolce, che la bombola del gas sia piena per cucinare, che funzioni il frigorifero e che ci sia il bbq. Per noi può bastare, tanto la moka ed il parmigiano li abbiamo portati da casa e per il resto, come al solito, siamo pronti a tutto.

Andiamo al vicino Carrefour per riempire la cambusa.

Mega spesa da quasi 800€ dei quali oltre 200€ destinati ad acqua (2lt/pax/gg) e ad altri liquidi bevibili: succhi, latte, coca-cola, birre e rum. Si trova quasi tutto quello che c’è nei nostri supermercati, del resto siamo in Francia. I costi, però, sono del 30% superiori ai nostri. Prezzi incredibilmente alti soprattutto per quanto riguarda i prodotti locali come le ananas o le angurie che costano 2,50€/kg!!!

Carichiamo tutte le provviste in barca scoprendo impensabili luoghi occulti dove immagazzinare materiale. In effetti ogni cosa ha un posto dedicato e tutto ci sta alla perfezione. Anche i nostri inutilmente corposi bagagli trovano sistemazione. Sulla Victoria si sta proprio bene.

Per continuare con un relativo benessere e non creare problemi, prevengo il mal di movimento incollandomi ben due cerotti di scopolamina dietro le orecchie. Voglio stare tranquillo. Ho anche già preparato il Dramenex (Diobenedicachil’hainventato e la Laurina che ce l’ha procurato) da assumere prima della partenza.
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Stiamo prendendo confidenza con gli spazi quando uno degli addetti alla pulizia ci avvisa che è arrivato LO SKIPPER!

Le aspettative, soprattutto quelle delle partecipanti, sono altissime. 37anni, creolo, alto 1,90, con trascorsi da pirata delle Antille ma laureato con lode alla Sorbona in ingegneria aeronavale, attualmente giramondo per passione in attesa di partecipare di diritto all’Iron Man delle Hawaii.

La realtà, come spesso capita, è piuttosto diversa dalle aspettative. Infatti, ci si presenta un omino di 62 anni portati incredibilmente male. Molto irsuto, scalzo, una polo scolorita che non vede la lavatrice da anni e un paio di pinocchietti mantenuti insieme solo dalla coesione molecolare. Il cappellino da baseball con cristalizzazioni di sudore e sale marino è sponsorizzato da una marca di rum giamaicano; pessimo indizio. Si chiama Henry ed è originario di Biarritz, ha passato la vita in mare e sembra saperla davvero lunga. Le cicatrici sulle gambe tradiscono il suo passato da rugbysta. È l’uomo giusto. Gli comunico virtualmente la stima che ho nei suoi confronti. Capisce subito con chi ha a che fare e prende in mano la situazione spiegandoci cosa, come, dove e perché andremo a visitare. Anche le ragazze, dopo un primo accenno di latente delusione, capiscono che, forse, va bene così.

Prima notte di collaudo attraccati al porto di LeMarin in Martinica.

La mattina, con ancora il fuso orario italiano, ci svegliamo prestissimo e vediamo il nostro Capitano già all’opera con i preparativi per la partenza. Ci stacchiamo dalla banchina e, non appena usciti dal porto, vuole alzare immediatamente le vele.

Con Roberto ci mettiamo a disposizione. Solo guardandoci capisce che è meglio che faccia da solo e ci chiede esclusivamente compiti di fatica che la sua artrite non gli consente di effettuare. In effetti, oltre alla ruota del timone, non ci si capisce nulla. Un ammasso di corde di diversi colori indirizzate da ogni parte della barca ma tutte a convergere verso il timoniere. Come ci si muove si sbatte contro qualcosa. Comunque, in qualche modo, riusciamo ad alzare la vela e poi pure la seconda che scopriamo chiamarsi Genoa.

Henry apprezza la nostra buona volontà nel tentativo di collaborare e ci promuove al grado di mozzi di primo livello. D’ora in poi i nostri compiti saranno quelli di alzare/abbassare l’ancora, girare la durissima manovella della vela e di legare la corda alla boa per l’ormeggio …ma senza fare i nodi! Quelli li farà lui.

Henry si offre anche come cuoco ma, in questo campo…beh…ça va sans dire, comandano gli italiani! Gli consentiamo solo di cucinare, fra una carbonara e una cacioepepe, il lambis, la specialità locale. In italiano è lo strombo, quel conchiglione usato anche per suonare e che gli anglofoni chiamano conch..

Inoltre si offre di prepararci il punch quotidiano con succhi di frutta e rum …in pari percentuali! Il cappellino non era traditore…

I primi due giorni sono quasi di trasferimento. Sostiamo per il bagno all’Anse des Cochons a St.Lucia e poi al porto di Bequia a St.Vincent.

Scendiamo a terra per le formalità doganali e notiamo come, al contrario della Martinica, questi villaggi, anche se turisticizzatissimi, hanno mantenuto molto delle loro tradizioni creole. I prezzi, però, sono quelli da quadrilatero della moda!!! Compriamo al supermercato uno scolapasta cinese e due litri d’olio di semi per 30€!! Altra sosta all’esclusiva e bellissima Moustique per un aperitivo al Basil Bar. C’è anche chi dice, millantando, di avere incontrato l’attore Pierce Brosnan che, in effetti, ha casa da queste parti. Alcuni di noi, in compassionevole astinenza da wifi, vanno alla disperata ricerca di una connessione per accedere ad uno qualsiasi dei social disponibili.

Terminate le chat ripartiamo in direzione delle Tobago Cays, alle Grenadine. Questo piccolo arcipelago è diviso fra due nazioni. Fino ad Union Island compresa appartengono a St.Vincent; oltre sono di competenza di Grenada.

Ormai Roberto ed io cominciamo a prendere dimestichezza con cordame e boe e possiamo tranquillamente ambire ad un grado superiore. Ora possiamo anche aiutarlo a mettere in mare il gommoncino che si usa per scendere a terra.

Nel gruppo si stanno consolidando le varie competenze. Innanzitutto posso affermare che i cerottini fanno il loro dovere e mi spiace che in Italia non siano più distribuiti. Per il resto tutti hanno trovato il loro compito sulla barca: chi cucina, chi risistema la cucina, chi sbuccia, chi griglia….tutti operativi e disponibili. Andiamo d’accordo.

Seguendo i consigli del Capitano, arriviamo a Mayreau la mattina abbastanza presto in modo da trovare una boa libera per l’attracco. È una meraviglia! Tutte le sfumature del blu e del verde. Un filo d’aria rinfresca e qualche nuvola passeggera ombreggia saltuariamente portando sollievo dal bruciore del sole. Ogni tanto passa qualche barca di pescatori a vendere le loro prede e scopriamo che costano più che in Italia!! Per un pescione (tonno, dorado, bonito) vogliono anche 100€ assolutamente non trattabili!! Li acquistiamo comunque e sarà sempre denaro ben investito.

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È l’ultimo dell’anno e, anche a terra si stanno organizzando per l’evento. Prenotiamo il cenone con una pioggia di aragoste delle dimensioni pari al polpaccio di Tyson. Ben presto la decisione di arrivare prematuramente all’ormeggio si rivela azzeccatissima! In un paio d’ore arrivano un numero spropositato di imbarcazioni grandi e piccole tanto che le boe non sono sufficienti e molti devono ormeggiarsi all’ancora. Dalla confusione che si crea in poco tempo abbiamo tutti un latente sospetto. Quando tre catamarani agganciati fra loro si ormeggiano all’ancora a due metri da noi rischiando la collisione capiamo subito che il sospetto è confermato. Sono tutti italiani. Tutti!

In un paio d’ore, quello che era un paradiso tropicale si trasforma nella bolgia di Fregene! Racchettoni, palloni, bambini urlanti, ombrelloni piantati in spiaggia, rifiuti…

No comment!

Prima di cena vediamo che, a causa della forte corrente, i tre catamarani attaccati insieme ci stanno venendo addosso; uno di questi sembra anche essersi incagliato a causa della bassa marea. I tre ‘skipper’, dall’inconfondibile accento lombardo e romanesco che, per l’internazionalitá della situazione avevano anglo/francesizzato, cercano di spiegarsi e di convincere Henry di ancorare la nostra barca che, a loro dire, lì stava investendo. Il nostro Capitano, giustamente, si altera affermando le nostre ragioni e quindi parte la litigata che cerchiamo di arginare, a dire il vero, con poco successo.

Il mattino seguente il caos, se possibile, aumenta. Ormeggiamo con acquisita maestria ad una boa ammirando il FAVOLOSO panorama dei Tobago Cays quando un altro maldestro skipper de noartri, facendo una manovra a dir poco azzardata, ci travolge col suo catamarano da 50piedi causando la rottura di una delle nostre due punte e lesionando anche la sua imbarcazione. Solita trafila assicurativa… testimoni…constatazione…telefonata ai reciproci armatori… Insomma, saremo anche un popolo di santi e navigatori ma in questa circostanza non ne usciamo proprio benissimo. Forse anche i santi e i navigatori quando sono in ferie ai Caraibi si trasformano in tanti Christian De Sica protagonista di un cinepanettone.

Nonostante questi inconvenienti e appurato che la Victoria può navigare anche con la totale rottura della prua destra, ci riempiamo gli occhi con gli straordinari colori dei Tobago Cays.

È il punto più a sud che possiamo raggiungere e da qui ha inizio la rotta per il ritorno. Ormai, dopo una settimana di barca, io e Roberto siamo stati promossi al grado di ‘mozzo capo’ e spesso possiamo anche fare i nodi alle corde anche se Henry passa (per fortuna) a controllarli. Per il ritorno percorriamo una rotta diversa facendo sosta per il pernottamento al villaggio di Cumberland. L’altra faccia dei caraibi. Niente turisti, poca spiaggia, approdo complicato ma villaggio vero, con la foresta pluviale che scende dalle ripidissime scogliere fino al mare. È tutto verde scuro, mare compreso; però limpidissimo, l’acqua è trasparente. Scendiamo a terra e una signora ci propone di cucinarci il petit cochon alla brace. Accettiamo volentieri tanto per cambiare la routine della cena in barca. Facciamo una breve escursione all’interno. Dopo aver guadato un torrente di acqua freschissima scopriamo un carinissimo villaggio molto animato. Facciamo qualche compera presso i negozietti ed assaporiamo la pacifica atmosfera di quell’angolo di eden. Tornati in spiaggia troviamo la signora in attesa di portarci a cena. La sorpresa è che ha grigliato non un porcellino ma un maiale intero! Nonostante l’impegno non riusciamo a finire quell’impressionante quantità di carne quindi ce la portiamo via per i giorni a venire.

Ripartiamo la mattina consapevoli di dover attraversare un insidioso canale fra Bequia e Moustique. Sarà impegnativo ma, prendendo il vento giusto, ci consentirà di abbreviare il tragitto. Vediamo in lontananza lo stretto passaggio fra le isole. Per non saper néleggerenéscrivere prendo il Dramenex. Anche altri ne approfittano; sembro un sacerdote che distribuisce le ostie. Il Capitano avvisa di fare attenzione a muoversi all’interno della barca perché fra poco si inizieranno le danze. L’avvertimento è decisamente inutile, ce ne accorgiamo da soli. Le onde si alzano e la corrente è molto forte. Siamo dalla parte sopravento, verso l’atlantico, le onde dell’oceano ci colpiscono con tutta la loro impetuositá. Dall’autorità conferita dal mio grado di ‘mozzo capo’ consiglio ad Henry di accendere i motori per mantenere la barca più stabile. La sua risposta arriva senza parole, con un’occhiataccia che da sola spiega tutto: ‘Non rompere, pirla! Lascia fare a me che so quello che faccio’. Le onde si alzano ulteriormente e spazzano tutte le parti esterne, e non solo, della Victoria. Henry non fa una piega al suo posto di comando. Ancorato al suo timone come un folle auriga, cavalca quelle onde di tre metri senza paura mentre tutti siamo aggrappati ad appigli di fortuna. Dura circa un’ora ma, una volta oltrepassato il canale, le onde si placano raggiungendo le dimensioni a cui siamo abituati. Ritorna la tranquillità e il Capitano ci racconta delle sue trenta traversate oceaniche, di onde alte 12metri e di altre avventure capitategli in mare. Stavolta non si è nemmeno divertito.

La crociera è terminata. Siamo di nuovo ormeggiati allo stesso posto al molo di LeMarin. Io e Roberto, che ormai ci destreggiamo con maestria fra il cordame, attracchiamo per l’ultima volta e quindi .rimettiamo i piedi sulla terraferma. Le formalità di restituzione della barca sono rapide. Un minibus ci aspetta appena sotto l’imbarcadero. La Victoria avrà bisogno di qualche cura in cantiere ma per noi l’unica cura possibile sarà tornare al più presto in quei magnifici posti.

Grazie ad Henry e a tutti i compagni di viaggio con cui ho condiviso emozioni indimenticabili.

A Henry, Sara, Anna, Catia, Nicoletta, Patrizia, Sonia, Roberto e Gaspare.

 


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