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Isole Vanuatu – La strega della Foresta

“LA STREGA DELLA FORESTA”
di Carlo Castagna
La Catia é una donna speciale. Ci conosciamo da una decina d’anni durante i quali abbiamo viaggiato frequentemente insieme.
Le voglio molto bene; un affetto sincero e disinteressato.
Intelligente, bella, sportiva, ottima professionista, simpatica, decisionista, sempre pronta ad aiutare e collaborare.
Grandissima viaggiatrice. È una di quelle persone che si trovano a proprio agio al Beaumont di Londra come su un tavolaccio in una guest house di Port Moresby; per lei cambia poco se si prende un Singapore Sling al Raffles o una birra calda lungo una polverosa pista africana, è sempre contenta.
Fortunatissima!
Quindi? Cosa le manca?
Beh….le manca il necessario per completarla, per renderla “rotonda” e cioè un adeguato cavaliere al suo fianco.
Fu una delle prime ad aderire in modo entusiastico all’ipotesi di un viaggio abbastanza alternativo alle isole Vanuatu, una prima. Un mese da passare in una zona molto remota, poche possibilità di reperire informazioni, senza programmi definiti e con un budget assolutamente approssimativo. Viaggio da duri senza paura.
Da subito l’organizzazione era parsa molto complessa.
La compagnia aerea locale, la Air Vanuatu, non ha un vero e proprio orario ad eccezione dei rari voli internazionali con Giappone e Australia. I piccoli aerei che mettono in comunicazione le numerose isole dell’arcipelago partono quando raggiungono un numero congruo di passeggeri.
Essendo la navigazione “a vista” è anche indispensabile che il tempo sia favorevole e non sia in previsione qualcuno di quei frequenti tifoni che caratterizzano il meteo di questa parte di mondo.
Il gruppo, fortunatamente, si completa in fretta. Siamo in 18, tutti molto motivati.
D’altra parte, il programma è molto interessante; a dispetto delle scarse informazioni, queste isole hanno molto da offrire ai visitatori: etnie, natura, vulcani, tradizioni.
Ogni isola ha le sue peculiarità e diversità rispetto alle altre. Melanesiani per eccellenza, i Vanuatesi sono famosi nel mondo per essere gli inventori del Bungee Jumping. Infatti, dalla notte dei tempi, per dimostrare di avere raggiunto l’età matura e per auspicare un buon raccolto di Yam, i ragazzi dell’isola di Pentecoste hanno pensato di buttarsi da una torre alta 35 metri con i piedi legati da una liana che è fissata alla sommità della torre stessa. Il periodo migliore per il Naghol, così si chiama questa cerimonia, sono i mesi di aprile e maggio quando le liane sono ricche di liquido e rimangono robuste ed elastiche per ammortizzare il corpo in caduta. Questa liana è misurata a spanne; vanno calcolati peso e altezza corporea, distanza del volo e indice di elasticità della liana stessa. Questi parametri sono fondamentali per riuscire ad ottenere la migliore performance.
Chi tuffandosi riuscirà a baciare la terra la renderà feconda e sarà meglio considerato all’interno del clan.
Come potrete immaginare, gli infortuni anche gravi sono all’ordine del giorno e ogni anno fratture e traumi di tutti i tipi sono frequentissimi. Per contenere il numero degli incidenti e non creare disabili, che sarebbero un peso grave per la loro comunità, ciascun tuffatore può ripetere il salto solo un limitato numero di volte.
Assistere al Naghol non è l’unica attrattiva di questo remotissimo arcipelago. Nell’isola di Ambrym, per esempio, per mantenere vive le tradizioni, si svolge il Back To My Roots Festival. Tre giorni di “ritorno alle origini” per gli abitanti dell’isola e il loro desiderio di condividerle con i turisti (pochi) che passano da quelle parti. Infatti, per tutti gli stranieri presenti a Vanuatu il BackToMyRoots è un avvenimento difficilmente perdibile.
Noi eravamo arrivati in zona con molto anticipo. Volevamo entrare nello spirito del festival da “amici” e non da turisti. L’unico modo per guadagnare questo status è essere accolti presso una famiglia, convivere con loro e farsi accettare. Il nostro anfitrione è nientepopòdimeno che lo stregone del villaggio di Craig Cove. Vivremo per quasi una settimana nel suo compound insieme alla sua numerosissima famiglia. All’interno della società melanesiana, soprattutto quella di Ambrym, la magia è importantissima e lo stregone (che svolge anche le funzioni di medico, sciamano e negromante) copre un ruolo fondamentale, addirittura più importante del Chief Paramount, il capo villaggio. Vivendo in simbiosi con gli elementi naturali queste popolazioni hanno imparato a leggerne i messaggi e a valorizzarne le caratteristiche non solo per procurarsi cibo o medicamenti, ma anche a sfruttarne le proprietà magiche.

property of VNM

property of VNM

Il “nostro” mago si chiama Toussaint ed ha un curriculum di tutto rispetto. Arriva da un albero genealogico di grandi streghe e sciamani e il suo ruolo se lo è guadagnato sia per dinastia che per capacità. È robusto, i capelli crespi e brizzolati sparati verso l’alto in modo così scomposto che sarebbe impossibile farlo apposta. È molto brutto, ha profondissime occhiaie più scure della sua pelle già scurissima, ma quando sorride sembra l’immagine della bontà. Persona intelligente, è ben visto, quasi temuto, dalla sua comunità. Parla prevalentemente nel dialetto di Ambrym west, ma conosce anche l’idioma di Ambrym est e ha dimestichezza anche con francese ed inglese.
Come dicevo, ha un importante curriculum; sa curare la malaria alla perfezione e i dolori al ventre per lui non hanno segreti. Ha persino favorito con alcuni riti il matrimonio fra l’attuale Chief Paramount e una ragazza di Malekula che ha portato sangue nuovo nella loro dinastia. Insomma…sa il fatto suo. Essere ospiti di Toussaint è un grande privilegio.
Ad Ambrym, oltre ai festival e alla magia c’è la possibilità di salire sul vulcano Marum, uno dei quattro vulcani attivi con lago di lava interno che si possono ammirare al mondo.
Abbiamo tempo per effettuare il trekking fino alla sua vetta e cominciamo ad organizzare la spedizione.
La partenza per il vulcano avviene la mattina da Craig Cove. Ci servono delle tende, dovremo dormire sulla colata di lava raffreddata quindi andiamo a cercare il necessario in giro per tutto il piccolo villaggio. Troviamo una tenda lasciata da altri turisti e tre teloni, il resto lo improvviseremo sul posto. Portiamo acqua e viveri per tre giorni. Dovrebbero bastare.
Per raggiungere la cima servono 10 ore di marcia spedita su e giù per le colline, giungla fittissima, serve il machete. Poi, come dessert, una salita di 400 metri di dislivello su cenere vulcanica. Due passi avanti e uno si scivola indietro. Però, raggiunta la cima, lo spettacolo è entusiasmante! La vetta è spazzata dalle nuvole basse che insieme al fumo del vulcano creano un’atmosfera stranissima, magica; magica come questa isola.
Arriviamo proprio sul bordo del cratere a vedere, giù in basso, il ribollire della lava. È uno spettacolo ipnotico, come guardare il fuoco del caminetto, anzi, di più!
La nostra guida ci risveglia dall’ipnosi spiegando che è ora di tornare al campo altrimenti il buio ci avrebbe colto lungo la strada. Infatti arriviamo alla radura appena prima del calar del sole. Creare dei ripari per la notte si rivela più complicato del previsto. Le tende che avevamo recuperate a Craig Cove potevano ospitare solo 6 persone mentre noi eravamo 12 più altrettanti portatori e guide. Mentre qualcuno comincia a tagliare rami e frasche per ripararci dal vento e dagli insetti notturni, gli altri (qualche portatore) si appresta a procurare la cena. Si avvicinano alla boscaglia facendo un gran baccano e costringendo la colonia di volpi volanti a prendere il volo. Mulinando l’aria con dei lunghi bastoni riescono ad abbattere un buon numero di pipistrelloni che saranno il piatto principale della LORO cena. A Vanuatu sembrano essere tutti molto ghiotti di questi inquietanti ma simpaticissimi animaletti. Gli pteropus sono molto comuni in tutto il sud pacifico e, nutrendosi di frutta, nonostante i loro minacciosi denti canini, sono assolutamente innocui. Gli unici nemici che hanno sono, appunto, i golosissimi vanuatesi.
Essendo grandi e volando molto lentamente ed a bassa quota sono obiettivi piuttosto facili da catturare. Infatti, in pochi minuti le nostre guide tornano al campo soddisfatti con la LORO cena assicurata. Noi preferiamo cucinare una banale pasta con un sugo di melanzane che, cotto sul fuoco di legna, sembra ancora più buono.
La notte nei nostri giacigli di fortuna passa tranquilla ed il sonno viene favorito dal sommesso e continuo brontolio del vulcano e dalla fioca luce rossa prodotta dalla rifrazione della lava contro le nuvole a pecorelle.
In mattinata facciamo rientro a Craig Cove dove fervono i preparativi per il Back To My Roots Festival.
Durante la nostra assenza sono arrivate alcune barche di turisti internazionali. Saranno una decina. Facciamo conoscenza con gli altri stranieri; sono Australiani, Americani e ci sono anche quei due poveri fidanzati tedeschi che purtroppo, alcuni giorni dopo la nostra partenza, verranno rapiti, uccisi e mangiati dalla loro guida (http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2011/10/17/AO7CtYEB-cannibali_tedesco_divorato.shtml).
C’è fermento al villaggio. Tutti hanno qualcosa da fare. Preparare i costumi, costruire le complesse maschere Rom e Namangi, cucinare tonnellate di lap-lap e preparare litri di kawa. Aiutiamo anche noi. L’atmosfera è di euforia positiva, tutti sono contenti; ci sentiamo e ci fanno sentire ormai parte della comunità.
Prepariamo la cena tutti insieme creando una sorta di fusion italovanuatese che, a dire il vero, non da risultati entusiasmanti. L’unica similitudine fra le due cucine è la frittatona cucinata con le uova di fregata che sono grandi circa come quattro uova di gallina. La carne è cucinata nel tradizionale modo del sud pacifico. I pezzettoni di carne vengono posti in una buca foderata di foglie di palma e poi ricoperte da altre foglie. Sopra le foglie vengono poste pietre roventi fino a fare una piccola montagnetta. Dopo alcune ore le pietre ormai raffreddate vengono tolte e…lo stufato è pronto.
Fra una frittata e una tazza di kawa facciamo amicizia con i nostri anfitrioni. In particolare entro in confidenza con Toussaint, lo stregone padrone di casa. Mi racconta tutto di lui e di come ha scoperto il suo talento nel curare i mali e nel divinare leggendo le foglie e le ossa. La cultura melanesiana non è scritta ma tramandata oralmente e, da tradizione, tutti i melanesiani sanno parlare tanto e bene.
Di fronte a noi è seduta la Catia che si sta facendo pettinare da Antoinette con cui ha stretto amicizia.
In un flash mi viene spontanea una domanda da porre a Toussaint: “Non sarebbe possibile fare una magia per far sí che la Catia possa trovare un fidanzato adeguato?”.
Toussaint pensa in silenzio per qualche secondo osservando la ragazza con grande attenzione. È notte e l’illuminazione è “stellare”; Catia non si accorge di essere al centro delle nostre attenzioni.
La sentenza determinata dall’osservazione della suddetta fu: “Non sono in grado. Per me è troppo difficile, il mio potere non arriva a tanto”.
Caspita!, penso. Non credevo fosse così complicato….
“Però”, continua Toussaint, “mia sorella può aiutarci. È la strega della foresta, vive sola nella giungla ed ha grandi poteri, molto più forti miei. Siamo anche fortunati! Stanotte la luna è piena e le magie avranno risultati ancora migliori. Andrò subito da lei e per 500 Vatu(5€) certamente farà l’incantesimo.” Approvo con entusiasmo! Gli dò il denaro e mi offro di accompagnarlo nella giungla. Lui prende le banconote ma non mi consente di seguirlo dopodiché scompare fra le piante di garcinia.
È il grande giorno!! Comincia il festival. Tutto è pronto. I bambini ci accompagnano attraverso una magnifica palmeraia fino a raggiungere la radura dove si terranno le danze tradizionali. Hanno costruito con dei grossi rami una sorta di tribuna per accomodare la cinquantina di turisti stranieri presenti (e paganti) sull’isola. Di fronte alla tribuna, al limite della radura, sono posizionati decine di totem dalle espressioni truci. I tamburi battono forte il ritmo ossessivo che seguono i danzatori. Arrivano a ondate: prima i bambini, poi gli uomini, a seguire le donne ed infine tutti insieme.
Intervallo di un’ora.
Fra le palme vedo apparire Toussaint in tutta la sua fascinosa e magnetica bruttezza. Le occhiaie sono quanto mai scure ed è anche particolarmente spettinato; una volta in più mi interrogo su come riesca a “spettinarsi” in quel modo, non so come faccia!
Non viene da noi; rimane fra le palme e mi chiama in disparte con l’atteggiamento di qualcuno che vuole nascondersi. Lo raggiungo e insieme andiamo in una capanna poco distante dove incontriamo anche il suo discepolo apprendista che rimane ad ascoltare. Dice che ha passato tutta la notte con sua sorella a fare riti per favorire il sortilegio. Hanno preparato un amuleto dal potere assoluto, definitivo e infallibile…però…servono altri 500 Vatu. Gli espongo le mie rimostranze per l’aumento dei costi ma lui, consapevole del valore del suo talismano, resta intransigentemente sul pezzo senza diminuirne il costo. Pago rassegnato ma confidente.
Lui estrae dal suo astuccio penico un rotolino di foglie.
Lo apre e mi mostra con orgoglio il contenuto: tre germogli di felce.
Mi fornisce anche le istruzioni sull’uso. Una volta che la donna ha individuato una “preda” mangerà il primo germoglio; in seguito dovrà avere l’abilità di far masticare il secondo germoglio all’uomo. Il terzo germoglio andrà messo fra le labbra della donna e quindi sputato fra i piedi dell’interessato. Poi, insieme, dovranno pestare la fogliolina dopodiché la frittata è fatta!! L’incantesimo sarà compiuto e lui si innamorerà follemente e non lascerà mai più la nuova e fortunata fidanzata.
L’intervallo è finito e faccio ritorno dagli altri che, non vedendomi, già si stavano chiedendo che fine avessi fatto. Per dissimulare, fingo di avere avuto un attacco di mal di pancia ed il palinsesto del festival continua con il sand drawing, una tecnica di disegno sulla sabbia che consiste nel tracciare complicate trame senza mai staccare il dito da terra. Veniamo coinvolti in questa attività con risultati raccapriccianti e la prima giornata di festival giunge al termine.
Tornati al nostro compound svelo il motivo della mia momentanea sparizione ed estraggo con orgoglio l’amuleto dalle tasche. Descrivo puntigliosamente tutti i dettagli che Toussaint mi aveva raccontato. Ometto solo di raccontare che il rotolino di foglie era stato trasportato all’interno di un astuccio penico…
La Catia ha una reazione interlocutoria. Sembra apprezzare ma quando sente che, una volta compiuto l’incantesimo, non si toglierà più di torno il suo innamorato si dimostra molto perplessa sulla possibilità di fare uso di quella magia.
Gli altri giorni di festival ad Ambrym passano piacevolmente fra danze Rom e sacrifici di maiali. Poi, come sempre, arriva purtroppo il momento dei saluti.
Lasceremo un pezzo dei nostri cuori fra quelle palme.
Cinque anni dopo:
Ho visto la Catia poche settimane fa.
Il talismano è ancora in attesa di essere utilizzato.
Il motivo, dice, sarebbe che non è ancora stato individuato il personaggio per cui varrebbe la pena sfruttarne le grandi potenzialità. Resto fortemente convinto che i 10€ siano stati un ottimo investimento. In fin dei conti sono passati solo cinque anni e tutti noi che le vogliamo bene rimaniamo fiduciosi che prima o poi possa sputare il germoglio di felce e possa così trovarsi immediatamente azzeccata ad un’anima adorante che non la lasci PER TUTTA LA VITA!!


Amma — Sri Mata Amritanandamayi Devi di Carlo Castagna

Un gruppo di maldestri turisti in visita all’ashram di una delle più importanti personalità religiose mondiali

Parlare di religione è sempre sconveniente. Si rischia fortemente di cadere in equivoci, magari anche senza volerlo. È un discorso complicato, migliaia le sfaccettature di un diamante che cambia continuamente sfumatura al minimo spostamento.

Amma
Tutto questo, va specificato, detto da un cinico, materialista, pragmatico metalmeccanico, agnostico miscredente, peccatore senza dio come il sottoscritto.
Nella mia vita ho avuto l’opportunità e l’immensa fortuna di poter gironzolare per il mondo. Ne ho viste di cotte e di crude: dal Santo Sepolcro al tempio di Shiva; da Tikal al tempio dei pitoni di Ouidah; dai feticheurs dei Koma ai cannibali delle Salomone….
Cristiani, Hindu, Animisti, Buddha, Confucio, Maometto…
Chi ha più ragione?? Si sono fatte (e si stanno purtroppo facendo) guerre per stabilirlo….senza nessun risultato, ovviamente
Il mio livello di cultura in questa materia non mi consente nemmeno di avvicinarmi ad un ragionamento sull’argomento.
Però, prima di scadere nella retorica, vorrei raccontare dell’ennesima sfaccettatura a cui abbiamo assistito nell’ultimo viaggio in Kerala.
Siamo stati ospiti all’ashram di Amma, meglio nota come “la santa che abbraccia”.
Sia ben chiaro che quello che leggerete non vuole essere NEL MODO PIÙ ASSOLUTO un giudizio.
Mai mi permetterei di farlo!
Si tratta solamente di considerazioni di cronaca fatte, appunto, da un confuso e curioso spettatore che ha solamente assaggiato per un giorno e una notte l’atmosfera di un vero ashram.
Avevo sentito parlare di Amma da molto tempo. Mi aveva incuriosito quando, arrivata in tournée a Busto Arsizio, aveva radunato 50.000 fedeli in coda per essere abbracciati. E li aveva abbracciati tutti!! Ne aveva parlato anche il TG3 Regione!!
Ora, che 50.000 brianzoli perdano tempo a fare la fila per un abbraccio, fa davvero strano! Se lo hanno fatto deve essere stato per una cosa importante!
Il viaggio in Kerala non prevederebbe una sosta a Kollam, la città più importante nei pressi dell’ashram. Però ci si passa troppo vicino per non avere la tentazione di andare a curiosare. Quindi, una breve ricerca su Google e appare il formulario da compilare per essere ospitati al tempio. È gratis…lo compilo. Aggiungo tutti i dettagli dei partecipanti che, nel frattempo, hanno completato il gruppo. Decideremo insieme strada facendo.

ashram
Comincio a proporre l’ipotesi quasi subito dopo la partenza, così…tanto, per valutare le reazioni. Dalle relazioni dei gruppi precedenti non trovo nessun accenno di qualche coordinatore che si sia fermato a dormire. Io ci andrei. Anche gli altri sembrano bene accogliere l’idea; qualcuno in modo entusiastico, altri con più moderazione ma la maggioranza è schiacciante. I pochi scettici reagiscono con sommessi borbottii. Pianifico cosi l’itinerario in modo da poter pernottare la domenica.
Amma, dicono le informazioni trovate in rete, come ogni anno a Natale, dovrebbe essere presente ed anche in modo operativo. Dovrebbe abbracciare. Il riposo è previsto nei giorni di lunedì e martedì.
Verso le 10 del giorno previsto, con il nostro bus, imbocchiamo le strette stradine fra le risaie che portano all’ashram. Si vede che ci stiamo avvicinando, sempre più spesso notiamo manifesti con il sorriso di Amma in primissimo piano. Fa già caldissimo. Lungo la strada circolano persone che poco somigliano al prototipo di contadino indiano che ormai siamo abituati a vedere. Sono occidentali, spesso molto magri, vestiti di un bianco candido che che accentua il loro pallore.
Abbiamo sbagliato strada, anche per l’autista è la prima volta, però siamo all’entrata posteriore, quella che da sulla spiaggia. Poco male. Entriamo. Siamo come degli alieni. Unici a vestire colorato e a comportarci come dei buzzurri in un collegio svizzero. Tutti fanno qualcosa con un visibile impegno. Chi asciuga i piatti, chi spazza, chi taglia cavolfiori…tutto fatto con grande passione e attenzione. Veniamo subito rimproverati con ferma educazione da tutti quelli che incrociamo: “Qui non si fuma!!”, “Qui non si fanno foto!!”, “Qui ci si copre le spalle!!”
Accidenti! Non ce ne lasciano passare una!
Un enorme capannone senza pareti fa ombra a migliaia di sedie buona parte delle quali sono occupate da persone in apparente atto di preghiera. “Sono in coda per abbracciare Amma” ci dice una ragazza italiana posizionata dietro ad un gigantesco pentolone e impegnata a distribuire mestolate di purea di ceci. È una bella ragazza, avrà 30 anni, sembra una vestale. Magrissima e pallida, è di Firenze, “Sono qui da tre anni e vorrei restarci tutta la vita”
Ci indica con molta grazia dove andare per registrarsi. Ci ritirano i passaporti e compiliamo un formulario con i nostri dati. 250 rupie a testa (quasi 4 euro) pensione completa in stanze doppie. Ottimo! Mentre ci distribuiamo nelle stanze veniamo raggiunti da Manatee. È un’altra delle “vestali”. Una bella signora, porta i suoi semplici abiti bianchi con molta eleganza. Dalla parlata sembra lombarda, vive nel tempio da 10 anni ed è la portavoce italiana di Amma. Ci farà da anfitriona durante il nostro breve soggiorno. Penso che l’abbiano incaricata di accudirci perché stavamo facendo una serie impressionanti di figuracce ed eravamo motivo di forte disturbo. Manatee ci inquadra subito: “Scusa!, copriti le spalle!!”, “Butta subito quella sigaretta!!” ferma e giustamente intransigente ci detta le regole di comportamento in vigore nella loro società. Spiega per sommi capi l’ideologia che si porta avanti nella loro comunità (Amma dice che l’unica religione è l’amore…) poi ci insegna come nutrirsi (Amma dice di non sprecare cibo…), a fare la fila dalla vestale fiorentina col mestolone per il cibo gratuito oppure al ristorante “à la carte” dove si mangia meglio pagando qualcosa ma pur sempre a prezzi popolari. Poi a lavarsi le stoviglie senza sprecare acqua (Amma dice di non sprecare risorse….). E così via. Terminato il pranzo ci mostra un video con tutte le opere di Amma e scopriamo che in 30 anni di abbracci, per non sapere né leggere né scrivere, ha elargito quasi un miliardo di dollari in beneficenza!! Chapeau! Manatee dice che ci farà abbracciare. Ripenso con timore alle migliaia in fila sotto al capannone! Ci solleva subito da quel pensiero spiegando che gli stranieri passeranno fra le sue braccia dopo le 21. Meglio così. Continua raccontando il funzionamento della macchina organizzativa. Sembra un orologio svizzero. Tutti volontari, ovviamente, e col sorriso sulle labbra. Poi andiamo in spiaggia dove c’è molta gente. Chi medita, chi fa yoga, tai chi, …nessuno é la per abbronzarsi. Si sta bene. Grande è il contrasto con il mondo al di fuori. In india la vita è dura per la maggioranza della gente. Sulla strade è un delirio. Una lotta continua dove ci sono solo due regole: la prima è che il mezzo più grande ha la precedenza; la seconda: bisogna andare piano altrimenti si muore. Il tuo spazio nella strada non te lo lascia nessuno. Te lo devi conquistare! Con astuzia, con destrezza e a volte anche con la prepotenza. Qui nel tempio non è così. Tutti si aiutano. Nel frattempo si fa sera e Amma continua ad elargire abbracci a tutti senza sosta; non ha ancora smesso da quando siamo arrivati alle 10 di mattina. 8 ore filate senza nemmeno fare la pipì! Noi ciondoliamo in giro per il tempio ad assistere alle funzioni, quella di Krishna, quella di Khali ed altre. Si respira un’aria di pace e serenità.
sydney
Conosciamo un ingegnere italiano che collabora con la fondazione e ci dice dei progetti che stanno prendendo forma nelle scuole fondate da Amma. Queste scuole hanno rapporti di collaborazione intensissima con le migliori università mondiali a partire da Cambridge fino al Politecnico di Torino e all’università di Pavia. Principalmente cercano e sviluppano progetti per il risparmio degli elementi: acqua, cibo, energia… brevettando i progetti e cedendoli a titolo gratuito alle aziende disposte a metterli in opera senza chiedere le royalties per il brevetto. Grandi!
Incontriamo di nuovo Manatee che ci indica le regole di comportamento per arrivare al fatidico abbraccio.
La fila è ancora molto lunga e la nostra vestale approfondisce le spiegazioni riguardo gli aspetti del pensiero di Amma. Praticamente nasce da una modesta famiglia di contadini Hindu e da giovanissima si accorge che i suoi abbracci sono terapeutici, soprattutto per risollevare lo spirito delle persone con cui ha il contatto. Non ritiene giusto dedicarsi solo ad una persona e quindi non si sposa. Questo, nella società indiana degli anni ’60, non è certamente bene accettato dalla sua famiglia e dal villaggio intero che vede nei suoi abbracci qualcosa di poco candido. Però la sua fama comincia ad andare oltre i confini della provincia, poi regione, poi lo stato e i visitatori si moltiplicano tanto che la sua famiglia e i suoi compaesani devono ricredersi e l’aiutano ad ingrandire prima la stalla di famiglia e poi ad allargare le loro proprietà per ospitare tutti i pellegrini desiderosi di incontrarla. Cibo gratis per tutti e ospitalità garantita ad offerta libera. Dopo pochi anni la situazione “famigliare” comincia a diventare poco sostenibile e si iniziano i lavori per ingrandire ulteriormente gli spazi per l’accoglienza. Ora ci sono 6.000 posti letto, tre ristoranti, un ospedale, l’università e le scuole per i bambini, svariati negozi…insomma, un paese efficiente e ordinatissimo i cui abitanti arrivano dal mondo intero per dare il proprio meglio.
Facendo la fila, vediamo un’altra bella signora, anche lei vestale, che dietro ad un tavolone pieno di frutta pulisce la buccia delle banane. Lo fa con un con una dedizione non comune, quasi con amore, sembra che stia lavando il proprio bimbo. Le chiedo di dove sia e lei racconta di essere di Berkeley, California, e le banane che sta lucidando sono il dono di Amma a tutti coloro che la incontrano e quindi lei le sta preparando; lo fa ogni sera. Continua dicendo che è un architetto ma che il suo lavoro, benché molto redditizio, non le piace perché è troppo stressante e quindi, per tre mesi all’anno, viene da Amma a lucidare le banane.
È il nostro turno. Finalmente. Ci levano borse e telefoni, passiamo attraverso il metal detector, ci perquisiscono e siamo nella stanza. Sono le 22 e lei è ancora lì da stamattina senza essersi spostata di un decimetro! Incredibile! Parla a tutti in continuazione. Nella stanza siamo tutti pigiati come il tetris. Non ci si muove. Molti sembrano dormire e, data l’ora, non pare nemmeno strano. Quando esce uno ne entra un’altro. Sono il primo del nostro gruppo, mi inginocchio come avevano detto e lei mi afferra il testone portandolo con determinazione al suo petto, perdo I’equilibrio e per recuperare mi appoggio ai suoi fianchi. I suoi collaboratori mi levano subito le mani da lei e riperdo l’equilibrio sprofondando con la faccia sotto la sua ascella provata da ore e migliaia di abbracci a fronti sudate. Però noto (con piacere) che è profumatissima. Mauro, che è dietro di me, probabilmente spinto da qualcuno, schiaccia con tutto il suo peso il suo ginocchio sulle dita rovesciate del mio piede e mi fa molto male. Sono come alla gogna e non riesco a muovermi. Poi Amma si avvicina all’orecchio e mi sussurra velocemente: “carofiglio,carofiglio,carofiglio,carofiglio,carofiglio…” e mi mette qualcosa in mano. Rapidamente i suoi collaboratori mi lasciano le braccia, lei si distacca e Mauro toglie il ginocchio dalle dita del piede e sono libero. Mi allontano per lasciare il posto ed esco rapidamente dalla stanza. Vedo che il regalo è una lucidissima banana della vestale californiana. Scendo nel capannone e mi ritrovo con Mauro e Lucio. Roberto, Barbara, Saide, Fulvia e la Katiuscia si sono fermati nella stanza a pregare. Li aspettiamo commentando l’esperienza vissuta. Onestamente, proprio per le mie personali caratteristiche elencate in precedenza, non ho provato nulla in particolare. Qualcuno ha pianto, altri si sono sentiti migliori, una ha sfiorato la trance. Ciascuno ha la sua. Guardo la banana; si sta annerendo e va consumata al più presto. Avendo assistito con quanto amore è stata lucidata quasi mi dispiace sbucciarla. Ripenso per un ultima volta all’architetto di Berkeley e me la mangio. È buonissima. Non lo dubitavo.
Notte serena con in sottofondo le nenie delle funzioni Hindu. La mattina andiamo a salutare Manatee. È stata davvero preziosa. Il grande capannone è vuoto, le migliaia di sedie sono sparite e tutto è pulito ed in ordine. “Stanno servendo la colazione” avvisa la nostra vestale. La fila non è lunga, non c’è più la ressa della domenica. Oggi Amma si riposa dagli abbracci. Ma…dietro al pentolone gigante non c’è più la pallida fiorentina a distribuire le mestolate di ceci. È proprio Amma che aiuta in cucina sempre con il suo inconfondibile sorriso stampato sul viso. Non so se sia una santa o se il suo credo sia quello vero ma l’unico commento che mi viene da dirle è: brava Amma!

N.B.
L’ashram Amritapuri non è un sito turistico, dove andare a divertirsi o fare caciara. Le persone che dovessero pensare di andare a fare visita dovrebbero farlo con la consapevolezza di entrare in un luogo serio gestito da una comunità di persone serie con rigide regole di comportamento e convivenza.


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Aurore Boreali – Lapponia – da Inari a Rovaniemi

Di Stefano Soldà

 

Estratto da una descrizione di una partecipante di Aurore Boreali – Agnese.

La Lapponia e’ un viaggio interiore e per questo non adatto a tutti, ovvero: non e’ consigliato a chi intende il viaggiare solo come un turbine di spostamenti e visite frenetiche in più posti possibili al solo fine di dire di averli visti.

Il viaggio  “aurore boreali“ si propone di portare i partecipanti ad assistere ad uno dei fenomeni più stupefacenti della natura. Cio’ non significa prometterlo, chi mai potrebbe garantire al posto della natura stessa? Io  ho avuto la fortuna di vederla ! Tuttavia la ricerca nel cielo di quella coda verde, ogni sera con speranza, mi ha riportato ai sogni di bambina, quando la notte di Natale guardando in cielo speravo di vedere passare una slitta trainata da renne volanti. Non serve vedere l’aurora boreale per amare la Lapponia. Questo luogo ti connette con la parte primordiale dell’anima, quel posto dove abitano le fate. La neve scricchiola sotto i piedi mentre si cammina nel paesino di Inari per bere una birra nell’unico bar, o per tornare alle casette di legno intorno al lago ghiacciato.  Non ci sono rumori, non esiste traffico o suoni che non provengano dalla foresta circostante… Ogni tanto qualche scoiattolo corre a più non posso lungo il tronco di una betulla per raggiungerne un’altra. I Sami sono cordiali e silenziosi, cercano di trasmettere alle persone le tradizioni di un popolo antico, abituato a vivere nel gelo e a doversi arrangiare con le poche risorse disponibili. Qui non esiste spreco, quando si visitano le farm di renne e si entra a contatto con questi splendidi animali, ci si domanda come sia possibile avere il cuore di ucciderli. Poi, si comprende: il valore delle renne va molto oltre la loro bellezza, questi esseri sono l’unico motivo per cui i lapponi sono riusciti a sopravvivere. Le allevano con amore, gli danno dei nomi, le marchiano con dei ricami sugli orecchi per riconoscerle, ma poi le uccidono, per mangiare. Col il pelo delle zampe vengono fatte le scarpe per l’inverno, i tendini diventano fili per cucire, le ossa strumenti per il lavoro, la pelliccia una coperta per dormire…

Qui il rispetto della natura e’ intrinseco nella tradizione.
Siamo stati anche sulle slitte trainate dai cani. Mentre andavo sul lago dove avrei svolto questa attività pensavo dentro di me che si trattasse di una trovata puramente turistica. Mi sbagliavo ancora. L’allevamento dei cani da slitta e la loro preparazione alla corsa e’ preso molto seriamente, tanto da essere una ragione di vita per chi se ne assume la responsabilità. Questi animali sono il risultato dell’accoppiamento tra husky e lupi che serve per renderli più forti e più adatti alla natura selvaggia. Noi cittadini, abituati a trattare gli animali come peluche da salotto, potremmo pensare che fanno fatica e quindi soffrono. Quando si sale su una slitta ci si accorge invece, di quanto può essere sbagliata questa percezione. I cani ululano di gioia, saltano sul posto, grattano la neve, spalancano gli occhi e gli si vede la vita dentro. Loro devono correre e lo devono fare subito perché e’ la loro natura. In questi animali si sente la felicita’ battere al ritmo di un tamburo, quello del loro cuore d’assalto. Senza il ghiaccio, la neve, il freddo e la corsa, sarebbero morti.

Avventure nel mondo da la possibilità a tutti di viaggiare, ma non fa viaggi per tutti.

Si può passare in questi luoghi, vederli e commentare cosa mancava, cosa non andava, come si mangiava. Questo lo sanno fare tutti e per alcuni sembra essere il passatempo preferito.

Oppure si può imparare la contemplazione, il rispetto e il silenzio e quello che succede dentro a chi lo riesce a fare, e’ un’aurora boreale. Agnese

Un ringraziamento ad Agnese per la splendida descrizione della Lapponia.

Stefano Soldà

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Sudafrica

SUDAFRICA di Stefano Soldà

‘Il mondo in un solo Paese’ recitano i depliant turistici e per una volta dicono il vero. Il Sudafrica offre paesaggi splendidi e diversissimi, deserti, savane, canyon, lagune, montagne, coste bagnate da due oceani e ovunque una flora e una fauna straordinarie. E mostra un’incredibile mescolanza di Africa e Europa, talvolta in stridente e drammatico contrasto, talvolta capaci di incontrarsi e di creare una nuova realtà. È un pezzo d’Africa dove il benessere è più diffuso che nel resto del continente. Ma il Sudafrica è soprattutto un paese che sta cambiando. I neri, i coloured hanno definitivamente sconfitto l’apartheid per costruire una democrazia integrale grazie anche all’apporto dell’ex presidente della repubblica, Mandela, simbolo della lotta per i diritti civili. Anche in un viaggio di poche settimane si può avvicinare questa realtà in rapido divenire e cercare di capire. Partiamo dall’Italia in volo perJohannesburg e all’aeroporto troveremo i pulmini che guideremo durante il nostro viaggio attraverso Sudafrica, Swaziland, Transkei e Ciskei fino a Città del Capo. Dopo un breve giro di Jo’burg e, se possibile, della township diSoweto, ci dirigeremo verso Pretoria e la vicina miniera di diamanti Cullinan. Proseguiamo per Middleburg e Sabieda dove attraverso una bella foresta raggiungiamo le Cascate Mac Mac e il bellissimo Blyde River Canyonnell’omonimo parco. Attraverso Phalaborwa proseguiremo verso il Parco Kruger, attraversando una regione tra le più affascinanti del Sudafrica, sia per gli insediamenti delle varie etnie (Venda, Ndebele), sia per la grande varietà di paesaggi: fiumi, cascate, montagne, canyon, foreste di pini e di eucalipti, savane e macchie di acacie spinose che ospitano una fauna varia e numerosa. Entreremo nel primo dei numerosi parchi che visiteremo durante il nostro viaggio: il Parco Kruger, limitatamente ai campi aperti in questa stagione. Guideremo fra branchi di gazzelle, antilopi, eland, orici, gnu, kudu, bufali, zebre, giraffe, elefanti; incontreremo rinoceronti bianchi e neri, ippopotami, coccodrilli, leoni (ce ne sono più di 2000), iene brune e maculate, sciacalli e con un pò di fortuna anche ghepardi e leopardi. E, per gli amanti di birdwatching, c’è un enorme varietà di uccelli: 468 specie fra cui moltissimi rapaci, aironi, tucani, marabù, serpentari, buceri e storni metallici che ci terranno compagnia a colazione. Attraverseremo quindi loSwaziland, dove convivono antico e moderno: mercati indigeni, ma anche supermercati dove è ancora possibile vedere uomini nei tradizionali vestiti di pelli. Rientrati in Sudafrica non avremo che l’imbarazzo della scelta tra i numerosi parchi e riserve naturali che andremo incontrando: Mkuzi Game Reserve, Hlumhluwe, Umfolozi e, affacciata sul mare, St. Lucia Game Reserve, dove risaliremo il fiume in barca fra ippopotami, coccodrilli e un’incredibile varietà di uccelli. Attraverseremo gli insediamenti zulù e punteremo su Durban, dove l’Africa ha il sapore dell’India e ovunque si sente profumo di curry. Qui potremo scegliere di esplorare l’interno per ammirare i grandiosi scenari della catena montuosa del Drakensberg ed entrare nel Lesotho, piccolo regno nero interamente racchiuso nella RSA, realtà antropologica completamente diversa dal grande vicino, dove i Basotho si vestono normalmente in abiti tradizionali e non risentono del passato apartheid (l’inserimento del Lesotho sarà possibile eliminando dal programma qualche visita minore, ne vale assolutamente la pena).
In alternativa potremo invece percorrere la costa ed entrare nel Transkei, abitato dagli Xhosa (una delle dieci riserve o homelands dove si confinavano i neri prima della caduta dell’Apartheid), raggiungendo, attraverso un’infinita distesa di colline punteggiate da capanne dai tenui colori e dai disegni geometrici, la costa bellissima e selvaggia. Continueremo verso sud per Grahamstown, un angolo stile vecchia Inghilterra per Algoa Bay fino a Port Elisabeth. Da Port Elisabeth percorreremo la famosissima Garden Route che costeggia laghi, lagune e foreste in un paesaggio in parte alpino e in parte marino, toccando lo Tsitsikamma National Park. Toccheremo Cape Agulhas per ammirare il maestoso spettacolo dei due oceani che si incontrano, ancora una deviazione per Hermanus per l’avvistamento delle balene e poi via sino a Città del Capo, incredibilimente bella, così sospesa fra montagne e oceano. Visiteremo il museo con le splendide raccolte etnografiche, il mercato dei fiori, i vicoli del quartiere malese e gli shopping centre della città moderna e poi via in funivia (o a piedi per i più coraggiosi) sino ai 1000 m della Table Mountain che domina la città e la baia. Se riusciremo, faremo anche una puntata sulla costa atlantica per vedere le colonie di pinguini di Betty’s Bay e i cormorani di Lamberts Bay e il Langebaan National Park. Proseguiremo poi fra i vigneti di Paarl e Stellenbosch (e dove centellineremo l’ottimo vino apprendendo la differenza tra i prodottti delle varie fattorie) arrivando al Capo di Buona Speranza da cui saluteremo questo straordinario angolo d’Africa. Quindi raggiungeremo Capetown da dove, in volo, torneremo in Italia.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Giappone Solo – Un Paese in equilibrio tra tradizione e tecnologia

Giappone di Delia Bocceda
Tutti bene o male conosciamo i templi buddisti con le tipiche icone, l’arte dei giardini zen e la disposizione dei fiori, i kimono, le geishe e le arti marziali …
Molti di noi hanno assaggiato il sushi o il sakè, giocato ai videogiochi, letto i fumetti manga, cantato e subìto il karaoke …
“Made in Japan” è l’etichetta di molti prodotti del settore delle comunicazioni, dei trasporti e del tempo libero, in Occidente.
Prima di visitare il Giappone, dunque, la domanda di rito è: qual’è il vero Giappone?. Di sicuro non corrisponde al bagaglio di “pregiudizi” che da occidentali ci portiamo appresso.
Da Tokyo a Kyoto-Nara a Osaka, un Paese che sicuramente sconcerta, ma soprattutto affascina, meraviglia e incanta. Un Paese “governato” dalla tecnologia, che ha saputo mantenere intatto il fascino della tradizione.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Mosca, San Pietroburgo e le città dell’Anello d’Oro

RUSSIA – di Delia Bocceda.
Un tempo i viaggiatori ricordavano Mosca per le innumerevoli chiese in muratura dalle cupole dorate, che spiccavano in un paesaggio urbano fatto di costruzioni in legno.
La Mosca di oggi, pur in vorticoso cambiamento, è dominata ancora dalla matrice sovietica con i suoi monumentali grattacieli staliniani, con i grandi monumenti nello stile del realismo sovietico, le stazioni della metropolitana sfarzose come palazzi e le imponenti arterie stradali anche nel centro cittadino. Ma il suo cuore batte sempre attorno alla Piazza Rossa e al Cremlino, dove spiccano le cupole colorate di San Basilio e dove si ha l’impressione di toccare con mano “la Storia”.

Frutto della volontà di un potente tiranno, San Pietroburgo al contrario è da sempre uguale a se stessa, compiaciuta del proprio mito. E’ considerata una delle città più belle del mondo e nello stesso tempo a misura d’uomo, depositaria di una tradizione culturale viva e motivo di orgoglio per i suoi abitanti: la città di Puskin e Dostojevskji, dei ponti sulla Neva e delle notti bianche, dell’Ermitage, della spettacolare Prospettiva Nevskij, delle residenze imperiali sorte a pochi chilometri di distanza.

A nord-est di Mosca, compresi tra la capitale e la riva destra del Volga, sorgono antichi centri dal grande interesse storico e architettonico: Vladimir, Suzdal, Kostroma, Pereslav-zalesskij, Rostov. Il loro massimo splendore risale al XII secolo quando, indebolito il potere di Kiev (prima capitale dell’antica Rus’), conquistarono la supremazia politica ed economica su tutto il Paese. Ma già nel corso del Trecento il centro del mondo russo divenne Mosca, la quale presto ridusse le località prima dominanti a un ruolo di vassallaggio. Oggi come allora, questi antichi centri sono molto lontani dai modi e dagli standard di vita della capitale. L’atmosfera tranquilla che vi si respira ha attraversato tutti i regimi, dimostrando che Mosca e San Pietroburgo sono sempre state altro rispetto alla Russia profonda.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Giava Bali e isole Gili

Di Stefano Soldà

INDONESIA – un pot-pourri di templi buddisti, templi induisti, vulcani, mercati dai mille odori, spiagge incantate e una cucina spettacolare, questo è il viaggio in Indonesia.
E poi Bali con i suoi mille templi ad ogni angolo della strada, le sue risaie patrimonio dell’Unesco, Bali un isola da vivere dall’alba al tramonto, il mare con i surf, migliaia di negozi di artigianato, la danza Ramayana, insomma un viaggio nell’Asia piu’ vera, che dire poi degli ultimi giorni di totale relax nelle isole Gili, al largo di Lombok veramente dall’altra parte del globo un viaggio unico !

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Isole Salomone – Il vero Spread !

Corso accelerato per insegnare ad umani tecnologizzati come imparare a vivere solo con quello che la natura ci offre.

I docenti? Gli KWAIO

Ronnie Butala ci disse:”…Sarete i primi bianchi che vedranno…”. “Mah…” pensai dubbioso che mi stesse prendendo in giro.
Nel 2012, in un’isola (Malaita – SOLOMON Islands) che,tutto sommato, non sembra del tutto fuori dal mondo, non pensavo potessero esistere etnie ancora così isolate da non avere avuto, fino ad ora, contatti con la nostra civiltà.
Sugli Kwaio, in effetti, non esiste che una scarsissima letteratura e, anche in rete, le informazioni sono pochissime. Solo qualche voce di amici viaggiatori raccontava di questa piccola comunità che, contro tutto e tutti, si ostina a vivere secondo le sue tradizionali regole di vita.

Condizioni ideali per andare ad approfondire di persona.

– Prima della partenza molti amici, sapendo che saremmo ritornati in Melanesia per il quarto anno consecutivo, pensavano che saremmo andati alla ricerca di spiagge tropicali, mare da sogno e paradisi perduti. Non è stato proprio così.

– Organizzare il viaggio è stato semplicissimo. In pratica, dall’Italia, non si può programmare nulla. Molte località non sono nemmeno raggiunte dalla linea telefonica terrestre e non sono contattabili.
Nessun sito internet o agganci tramite agenzie turistiche locali; non ce ne sono molte e quelle che ci sono offrono servizi per i (pochi) ricchi subacquei australiani a caccia dei relitti delle navi della flotta americana affondata di fronte ad Honiara, capitale delle isole Salomone.

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Quindi, “…On the road again, forever!”

– Avventure ci organizza uno spettacolare piano di voli con Emirates che in 36 ore ci porterà ad Honiara e poi… si vedrà. Gruppo piccolo, 8 in totale, tutti (o quasi) motivatissimi e consapevoli dei disagi cui saremmo potuti andare incontro. L’unica imprescindibile necessità, senza la quale non si sarebbe potuto raggiungere il risultato, era una conoscenza, un aggancio sul posto che potesse introdurci in quel delicato sistema di rapporti che è il villaggio di un’etnia semi primitiva.
La persona che crea il contatto deve essere amante delle sue origini, profondo conoscitore delle tradizioni, conosciuto, accettato e rispettato dagli indigeni, e con il savoir faire giusto per fare in modo che la nostra intrusione nel loro microcosmo possa essere meno traumatica possibile. Abbiamo individuato in Ronnie Butala questa persona.
Lo abbiamo scelto anche e soprattutto perché è l’unico a Malaita ad avere un profilo su Facebook e ad avere risposto al mio messaggio. La foto sul profilo è di un giovane melanesiano con i dreadlocks biondi, sorridente e gioviale. Approvato!
Ci assicura di poterci portare ai villaggi Kwaio, verrà ad aspettarci ad Honiara.

– Le isole Salomone non sono molto conosciute. Solo in pochi le sanno collocare sul planisfero e quei pochi spesso ne hanno sentito parlare a causa delle tragiche vicende legate alla seconda guerra mondiale, soprattutto per la battaglia di Guadalcanal, l’isola principale dell’arcipelago.
Honiara, capitale dello stato, è stata infatti scenario di un epico scontro fra la flotta americana e quella giapponese.
Tutti sappiamo com’è andata a finire: gli Americani hanno preso un sacco di mazzate nella Battaglia del Mar dei Coralli, di fronte all’isola di Savo; molte navi, comprese due portaerei, una corazzata e molti altri fra incrociatori e scafi da battaglia sono stati affondati dai Giapponesi e giacciono sui fondali prospicienti la capitale in numero talmente grande da avere creato l'”iron bottom sound”, il fondale lastricato di ferro.

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Gli Americani si rifecero subito dopo, intercettando e decifrando le comunicazioni nemiche.

Conseguenza di questa supremazia tecnologica fu la definitiva sconfitta Giapponese.

Le Solomon, proprio per questi motivi, sono una meta piuttosto conosciuta e ambita dai subacquei di tutto il mondo. Le bellezze di queste isole, però, non si limitano ai fondali. Purtroppo, vuoi per la lontananza da tutti i paesi occidentali, vuoi per la scarsissima organizzazione e offerta turistica, sono frequentate pochissimo.
Vi rendete conto che state andando in una nazione poco conosciuta già all’aeroporto di partenza, quando le hostess del check in vi guarderanno stupite e dovranno controllare gli elenchi delle sigle degli aeroporti perché probabilmente non hanno mai fatto un’accettazione per Honiara.
È capitato sia a Malpensa che a Fiumicino.

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Avrete la conferma di questa sensazione quando, gironzolando per il centro di Honiara, non vedrete altri bianchi a eccezione di pochi militari australiani e qualche contractor neozelandese.

Dal sito della Silent World, una compagnia di trasporto locale, vedo che ci sono connessioni quotidiane daGuadalcanal a Malaita. Perfetto! Atterriamo ad Honiara alle 20 e la mattina alle 6 siamo già con Ronnie Butala in attesa del traghetto sul molo principale di Point Cruz.

– Ronnie è stato di parola. Come promesso è venuto ad attenderci all’aeroporto, ma non l’ho riconosciuto subito; la foto del suo profilo FB è di almeno 20 anni fa. Nel frattempo, il fanciullo, si è sciupato parecchio! Di fronte a me trovo un barilotto di un quintale, pelato, con pochi denti sparpagliati in bocca e pure arrossati dal betel.
Mi saluta sorridente. Penso che siamo in una botte di ferro!

– La nave è grande e veloce, molto meglio delle previsioni. Inoltre c’è poco mare e si fila spediti. Dopo un’ora facciamo la prima sosta al molo di Tulagi, la prima capitale delle Solomon, poi attraversiamo il Sandfly Channell fino a sbucare nell’oceano aperto. Le onde diventano di 2 metri e ci accompagnano per 4 ore, fino a destinazione: Auki – Malaita.
Arriviamo verso mezzogiorno, sole di fuoco e 90% di umidità; ah!….dimenticavo la nausea…

Auki è la seconda città più importante delle Solomon. Tutti ci domandiamo come sia possibile, dato che si tratta di poco più di un villaggio, con strade in terra battuta e rari camion infangati posteggiati nei pressi del pontile, in attesa di essere caricati con le merci arrivate dalla capitale.
Troviamo alloggio in una delle tre guest house della città, felici che, perlomeno, ci sia l’acqua corrente, ma solo finché è in funzione la pompa.

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– La zona abitata dagli Kwaio è sulla costa est, quella opposta rispetto ad Auki, e dobbiamo trovare un mezzo di trasporto per attraversare l’isola. Sono solo una settantina di kilometri e non sospettiamo
affatto che siano un mare di fango e pietre.In effetti, solo ora scopriamo che Malaita è una delle
isole più piovose del mondo! Grazie a Ronnie troviamo un pick up Toyota disposto a portarci ad Atori, sulla costa est, da dove cercheremo una barca per risalire il fiume fino alla zona Kwaio.

– Alle prime luci dell’alba siamo pronti a partire. Saliamo sul cassone dell’ hi-lux con tutte le provviste, soprattutto acqua, per qualche giorno di autonomia. Si parte! Percorsi 500 metri ci fermiamo a fare benzina. Grrrr….Da anni viaggio per il mondo è non ho ancora capito perché tutti (tutti!) gli autisti non fanno rifornimento di benzina prima di partire!
Di quella sosta approfittano una decina di autoctoni che saltano sul cassone o si appendono al roll bar perscroccare un passaggio. Intuiamo che quel tragitto non sarà agevole. Che l’intuizione sia azzeccata lo capiamo dopo aver percorso i primi kilometri, quando la strada, inizialmente sterrata, ma battuta bene, si trasforma in un pantano roccioso che si inerpica sulla montagna. Non sappiamo dove attaccarci dato che ci sono mani su ogni tipo di appiglio.
Durerà quattro ore. Durante questo tempo si alterneranno due temporali, uno dei quali sembrava il giorno del giudizio, e due ore di sole implacabile sulle nostre fronti.

– Arriviamo frolli all’imbarcadero di Atori. Sono le 14 e solo la gran fame ci impedisce di lamentarci delle ammaccature subite nel pick up. Alcuni ragazzini ci portano dei cocchi che beviamo avidamente; un chioschetto ci procura alcune scatolette di carne cinese …et voilà! Il pranzo è servito.
Nel frattempo arriva la banana boat che dovrà accompagnarci lungo il fiume. Facciamo conoscenza con Wesley. È il maestro della scuola locale. È uno Kwaio di fiume, cioè di quelli coperti con i vestiti e i più avvezzi alle comodità, se per “comodità” si intende avere una pentola o un machete, una zappa di ferro
o un paio di infradito cinesi.
Sembra una persona molto buona e parla un ottimo inglese. sempre a voce bassa. È molto gentile e la sua gentilezza stona parecchio con lo spadone di ebano che non abbandona mai, nemmeno per un istante. Dice che gli serve per autodifesa (!): notiamo, infatti, che tutti gli uomini portano al fianco chi una mazza, chi uno spadone, chi un arco con frecce. Tutti attrezzi rigorosamente in legno di ebano, nero, pesante e durissimo.

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Dovremo fare tappa al suo villaggio sul fiume, perché non è possibile arrivare ai villaggi sulle colline prima che faccia buio. Sul fiume c’è più gente perché la vita è più facile. Si può pescare, ci sono le palme da cocco e la terra è molto fertile e facile da lavorare.
Anche per i religiosi cristiani, che per primi hanno “colonizzato” queste terre, è stato decisamente semplice convertire gli indigeni del fiume alle leggi della Bibbia.
Ma, come spesso accade, i montanari sono meno inclini ad assoggettarsi a culture diverse dalla loro.
L’esempio degli Kwaio è emblematico.

– Ad Atori saliamo sulla banana boat che ci porterà al villaggio sul fiume e anche stavolta subiamo l’arrembaggio di scrocconi che chiedono un passaggio. Per fortuna il tragitto è più breve e rimaniamo appollaiati “solo” per tre ore. Già eravamo frolli, ora siamo sfiniti.
Per fortuna il villaggio è accogliente.Subiamo il piacevole assalto dei bimbi che ci aiutano a
sbarcare i bagagli e ci mostrano i nostri spazi all’interno delle loro abitazioni.
La capanna, come ho detto, è accogliente. Il fiume è troppo lontano e ci portano alcuni secchi d’acqua per lavarci dal sudore e dalle creme solari che ci impiastricciano il volto. Per cena una sorpresa: dato che è una situazione particolare anche per loro, uccidono un maiale che cucinano alla melanesiana (cioè ripieno di patate dolci, avvolto in foglie di banano e sotterrato con pietre roventi).
Tutto ok: unica rimostranza, che però non ho avuto il coraggio di rivolgere al capo, sarebbe stata relativa ai materassi in gommapiuma di cui ci avevano dotati, che, per così dire, non erano proprio asettici. Piuttosto che combattere con le pulci che mi stavano mordendo, ho preferito dormire nel sacco lenzuolo, sopra una stuoia di bambù. Del resto quei materassi erano i loro e sarebbe stato certo scortese criticarli o lamentarsene.

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Questa attenzione mi è costata decine di morsi di pulci alle braccia, che mi hanno ricordato quella notte per un paio di settimane.

– I galli ci danno il risveglio molto prima dell’alba…maledetti! La colazione è pronta! Cassava, taro e il maiale avanzato dalla sera precedente. Non c’è che dire, uno splendido inizio di giornata.

Partiamo con il solito barchino e per un’altra ora risaliamo il fiume. Oltre a Wesley (che sarà la nostra guida), stavolta ci sono 10 portatori, quattro barcaioli e due giovani donne, Betty e Mary, che faranno da accompagnatrici a Patrizia, l’unica femminuccia del gruppo.
Durante il percorso Wesley mi racconta degli avvenimenti cruenti accaduti in quei posti: “Vedi” mi dice, “in quell’ansa, il mese scorso, una donna è stata divorata da un coccodrillo”, e poi: “Sotto quell’albero, lo scorso anno, abbiamo trovato i resti di un prete ucciso e cannibalizzato…”.
Ometto alcuni dettagli al resto del gruppo.

Wesley continua nei racconti, dice che questi micro villaggi, formati al massimo da tre o quattro famiglie, hanno avuto contatti con i religiosi bianchi molto tempo fa e, più di recente, alcuni preti salomoniani hanno cercato di introdurre il cristianesimo in quelle zone dove la religione tradizionale legata al culto degli avi è molto radicata. Il risultato è stato drammatico: gli insegnamenti cristiani non sono stati graditi e lo scorso anno uno dei preti è stato trovato ucciso. Il responsabile dell’omicidio, un giovane e ambizioso capo villaggio, ha dovuto compensare quella vita con alcune collane di shell money, così come previsto dalle loro leggi tribali.

Anche Wesley ci conferma che saremo i primi bianchi ad andare in quella comunità. Per questo si raccomanda,ammonendoci di rispettare le loro norme di comportamento, i loro tabù.
Ce li elenca:
• Chiedere a lui prima di fare qualsiasi cosa.
• Chiedere a lui dove passare all’interno del villaggio perché alcuni passaggi sono tabù o riservati agli
uomini.
• Divieto assoluto di lasciare qualsiasi tipo di rifiuto, soprattutto fazzoletti o carta igienica.
• La toilette è lontana circa 100m dal villaggio ed è separata per donne e uomini. Divieto assoluto di
lasciare tracce organiche vicino al villaggio.
• Le donne per andare alla toilette devono denudarsi COMPLETAMENTE. Non è consentito indossare neppure le
calze e le scarpe: unica deroga è una foglia di banano per coprire le parti strategiche.
• Le donne mestruate devono usare una toilette separata.
• Le donne mestruate devono dormire in una capanna, appositamente adibita, adiacente, ma separata dalle
altre.
• Divieto di fotografare senza permesso e, in ogni caso,mai le donne.Ne prendiamo atto e gli garantiamo che faremo del nostro meglio.

– Sbarchiamo sulla sponda fangosa del fiume. Ciascuno di noi viene adottato da un portatore di zaino.
Gli altri due ragazzi e le donne porteranno l’acqua. Si parte.
Di fronte a noi la collina è coperta da una giungla fitta,tagliata per pochi centimetri da un piccolo sentiero che necostituisce l’unica via di accesso. La vegetazione non è molto varia: in basso palme da cocco e poche coltivazioni di taro e cassava, in alto arbusti dal tronco medio-grande e, soprattutto, bambù, di quel bambù grosso di fusto, ma sottile, appuntito e tagliente una volta spezzato.
Ovunque radici insidiose, pietre e un mare di fango.

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Dopo pochi kilometri la salita diventa ripidissima e sempre più fangosa. Ci si mette anche il sole a rendere tutto più faticoso ma, pensiamo per consolarci, sempre meglio della pioggia!
In pochi minuti e varie scivolate siamo statue di fango. La rabbia (leggi invidia) maggiore è data dal confronto con i ragazzi che ci portano gli zaini: loro zompettano a piedi nudi fra una radice e una pozza di fango senza procurarsi neppure uno schizzo sui loro abiti cenciosi, mentre noi,con pedule professionali e abbigliamento tecnico, ci muoviamo come l’orso Yoghi in una pista di pattinaggio.
La salita è davvero pesante. A circa metà del percorso Antonio, 110kg, collassa e sviene. Lo reidratiamo con sali, zuccheri e barrette energetiche, e dopo una mezz’oretta è in grado (si fa per dire) di proseguire.

Lentamente, molto lentamente, con frequentissime soste e dopo quasi 5 ore di marcia, arriviamo nei pressi del villaggio. Wesley dice che “loro” ci stanno guardando già da parecchi minuti; ci fa un riepilogo delle norme da rispettare e ci incoraggia a proseguire! Ci apprestiamo a un ingresso trionfale fra le poche capanne che intravediamo nella boscaglia che, nel frattempo, si è diradata.
Ci sentiamo come la Colonna Starace all’ingresso di Gondar ai tempi dell’Impero.
Luca ed io siamo in testa al gruppo, tutti e due siamo alti circa due metri, ma quando, a pochi passi dalla prima capanna, una quindicina di omoni armati di mazze e con i corpi dipinti, sbucano come spettri arrabbiati dai cespugli, proviamo un certo disagio (…non lo nascondo…) È la loro accoglienza.

Sono completamente nudi, solo una foglia copre le parti intime.Onestamente, non mi aspettavo di trovarli così arretrati.Non sanno chi siamo e, soprattutto, cosa vogliamo da loro. Wesley interviene prontamente e ha un bel da fare a spiegargli che NON siamo preti, che NON vogliamo insegnare nulla e che, soprattutto, siamo in visita da loro solo per conoscerli e confrontare i nostri diversi modelli di vita.
Sembrano comprendere. L’espressione dei loro volti, in un attimo, da corrucciata e minacciosa, si trasforma in amichevole e il capo villaggio mi viene incontro con la mano aperta in segno di saluto.
Sì schierano in fila e facciamo le rispettive presentazioni.

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Sono solo poche capanne per tutta la comunità. Una per il capo, una per gli uomini, una per le donne, una per discutere e consumare i pasti e un’altra per le donne mestruate. Ci riservano quella più grande, con il focolare al centro e due lunghe panche di bambù dove possiamo coricarci.
Subito ci offrono acqua in contenitori di bambù, sulla cui sommità è arrotolata una foglia di banano a formare un piccolo imbuto da cui bere.
Anche se consapevoli di correre un piccolo rischio, beviamo tutti dalle loro improvvisate borracce.
È ormai pomeriggio inoltrato e le attività fervono. Chi va a cogliere le noci di betel, chi va a prendere l’acqua, chi sta ad osservare curioso i nostri movimenti.
Noi stiamo attentissimi a rispettare le loro regole. Il problema si pone quando Patrizia deve andare alla
toilette. Si mobilitano le sue due accompagnatrici e le spiegano come comportarsi. Le vediamo sparire dietro le fronde e, dopo pochi secondi, i vestiti, tutti i vestiti di Patrizia (scarpe e calze comprese), sono appoggiati sulla roccia dell’empietá, dove si lasciano gli oggetti impuri.
Così, la poveretta, come mamma l’ha fatta, si infanga fino al ginocchio per fare una pipì…
La stessa trafila sarebbe stata necessaria anche nel caso di una “sortita” notturna. Nel qual caso sarebbe stata proibita anche la torcia sempre per il motivo che sarebbe tornata impura dal luogo meno sacro del villaggio Non ricordo di averla più vista bere fino al momento della nostra partenza dal villaggio.
Appena prima del tramonto arrivano le donne. Quelle non ancora sposate sono completamente nude. Quelle invece che hanno già preso marito indossano una piccola stringa rossa sui loro fianchi.
Non ho mai incontrato etnie così primitive. Niente ferro, plastica, tessuti, pentole o altre modernità.
Nessuna lanterna, candela o pezzi di carta. Non hanno nulla che non sia legato alla loro piccola terra.
La cosa più dura che possono avere è la pietra, poi hanno il legno, le ossa, le foglie.

Niente chiodi: tutte le diverse parti delle capanne sono tenute insieme con incastri oppure legate con corde vegetali.
Nessuna pentola: cucinano infilando gli alimenti (soprattutto patate e taro) nei loro bambù verdi e poi li
appoggiano sulle braci fino a carbonizzarli. Il gioco è fatto. Non hanno neppure il denaro; la natura offre tutto ciò che serve. Per acquistare una moglie oppure per i reati che comportano delle compensazioni si usano le collane di conchiglie, le shell money, oppure i maiali.

– Stavamo tutti sulla spianata di fronte alla casa degli uomini a guardare il tramonto quando due Kwaio arrivano dal sentiero. Li vediamo incoccare le frecce negli archi e avanzare sospettosi. Wesley gli cammina incontro agitando la sua durlindana e gridando frasi a noi incomprensibili,ma dal significato simbolico molto esplicito. Quegli uomini, semplicemente, non erano al corrente della nostra presenza; vedendoci, si sono impauriti e, non sapendo con chi avevano a che fare, hanno pensato di risolvere il
dubbio prendendoci a frecciate. Uno in particolare sembrava veramente furibondo per il fatto che noi fossimo nel loro villaggio. Lo vedevamo discutere molto animatamente con il capo villaggio gesticolando e mulinando la sua mazza in modo inquietante.
Da quel momento in poi lui per noi sarà “faccia da matto”. Dopo che gli spiegano le nostre pacifiche intenzioni si dà una calmata, ma ci rimarrà sempre alle terga per controllare i nostri movimenti.

– Nel frattempo le donne hanno finito di cuocere la cena e arrivano nella nostra capanna per servircela. Apparecchiano il pavimento di terra battuta con alcune foglie di banano e ci rovesciano sopra decine di tuberi fumanti fuoriusciti dai bambù carbonizzati. È la nostra cena.
Ci accorgiamo che ci stanno trattando meglio che possono confrontando i tuberi che mangeranno loro con quelli destinati a noi: a loro quelli grossi e duri mentre per noi quelli piccoli e teneri. Una cortesia decisamente apprezzabile.

Nonostante questi riguardi, non riusciamo a mangiare una tale quantità di farinacei! Inoltre integriamo tutti quei carboidrati con alcune barrette energetiche bruciandone le cartacce immediatamente dopo averle consumate, quasi di nascosto.

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– Dopo aver cenato, la comunità si divide fra uomini e donne. Tutti e due i gruppi cantano canzoni che hanno come soggetto vecchi ricordi, abitudini e situazioni da tramandare ai più giovani.
E forse nulla più di una canzone o una nenia riesce a rendere vivi i ricordi e a continuare, così, la propria storia, la propria cultura. Unico modo per le popolazioni che non conoscono la scrittura.
Wesley, infaticabile, ci traduce il significato di quelle storie. Gli uomini cantano di combattimenti, di come costruire le case, di come lavorare la terra.
Le donne cantano, indovinate un po’, di amori impossibili; le ragazze sognano di essere acquistate come mogli da improbabili capi villaggio, disposti a pagarle con tantissime collane di shell money, di quelle brune, le più pregiate. Tutto il mondo è paese….
Ad un tratto, Wesley richiama la nostra attenzione. Le donne stanno improvvisando, in una sorta di free
styling, una nuova canzone che ha noi come soggetto.

Il testo dice che siamo arrivati fra loro come una tempesta, che ci siamo comportati bene, ma che siamo troppo diversi. Cantano di come ci hanno accolti, di quanto impegno hanno messo nel preparare il cibo e che, nonostante i loro sforzi, noi non lo abbiamo gradito (!!!), cantano del fatto che loro sono sporchi e nudi, mentre noi siamo vestiti e abbiamo la luce (le torce frontali). Cantano che forse non sarebbe sbagliato indossare i vestiti e adeguarsi a quanto dicono i preti avventisti, come hanno già fatto gli Kwaio di fiume. Rimaniamo basiti! Ho ripensato molto a quelle parole e, nonostante Wesley abbia sminuito la loro valenza, non riesco a dimenticare quelle donne e quella situazione.

– Ci ritiriamo nella capanna a discutere su quella canzone mentre “faccia da matto” entra con in mano una fiaccola accesa rischiando così di incendiare il tetto fatto con le foglie di sago. Gesticola e parla ad alta voce; non bisogna essere dei fenomeni per capire che non gli siamo simpatici e che non capisce cosa facciamo nella sua casa. Tutti cercano di contenerlo e, brontolando, esce per andare chissà dove.

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Gli altri uomini si radunano intorno al fuoco e parlano per tutta (tutta!!) la notte!!!
Noi, coricati sui bambù, con cani e maiali che passano fra le nostre gambe e affumicati da un focolare di legna umida,cerchiamo di dormire. Inutilmente.

– Non posso scrivere del risveglio perché, in pratica, non c’è stato visto che non abbiamo chiuso occhio.
Ci alziamo comunque dai bambù alle prime luci dell’alba. I maledetti galli sono già operativi da qualche ora. Ci portano la colazione in casa: le patate avanzate la sera precedente riscaldate sul fuoco e insaporite col fumo. Stavolta cerchiamo di mangiarne il più possibile, ma non riusciamo comunque a finirle.
Ci prepariamo a scendere a valle. Tutti gli uomini si schierano in fila per salutare quegli intrusi che hanno portato lo scompiglio nella loro tranquilla quotidianità. Viene il turno di Faccia da Matto; porta al collo una strana collana con un conchiglione al centro e una serie di pendagli che sembrano denti umani.
Stamattina sembra meno scorbutico. Gli pongo la domanda.Con l’aiuto di Wesley mi dice che sono i denti di un suo nemico che lui ha ucciso in combattimento.
Così ha cresciuto il suo status sociale all’interno della comunità, anche se ha dovuto risarcire la famiglia della vittima con tre collane di shell money. Vedendomi interessato vorrebbe regalarmela, ma purtroppo, spiega, non me la può dare altrimenti dovrebbe uccidere un altro uomo e non può permettersi altre compensazioni in shell money.
Lo tranquillizzo dicendogli che non sono offeso e che non vorrei mai privarlo di un simile capolavoro.
Lui sembra sollevato, sorride gioviale e, piuttosto che niente, mi regala il suo spadone di ebano dicendo che è quello con cui ha recuperato i denti per la collana. Wesley consiglia di accettare.

– La discesa, come spesso accade, è peggiore della salita.Fortunatamente non è piovuto ed il fango si è parzialmente asciugato. Non scorderò comunque tutti i mozziconi di bambù tagliente che ci facevano da scivolosi scalini!…
In qualche situazione abusiamo della gentilezza e della disponibilità dei nostri accompagnatori facendoci aiutare. Dopo circa tre ore siamo al fiume. Le ginocchia tremano e le gambe vanno ormai per conto loro.
Infangati dal giorno precedente ci buttiamo nel fiume con tutti i vestiti addosso, scarpe comprese. La corrente e la sabbia li puliranno da tutta quell’argilla che abbiamo accumulato.
Il più è fatto. Non resta che riprendere la barca per Atori, il pick up per Auki e il traghetto per Guadalcanal. Facile a dirsi.
Questa storia, però, la facciamo finire qui. Potrei continuare a raccontare di come il barchino, a
causa della bassa marea, non riusciva a uscire dalla foce del fiume; o che pick up non è venuto a prenderci perché aveva bruciato la frizione e, a causa di questo imprevisto, abbiamo dovuto pernottare nella scuola di Atori, elemosinando cibo e acqua di cocco; oppure dell’insetto che ha fecondato la gamba di Roberto depositandogli all’interno qualche dozzina di piccole uova che poi abbiamo dovuto asportare creando una piccola voragine all’interno della sua coscia…
Ma, appunto, sono altre storie.

Poco importa se siamo stati i primi, i secondi o i terzi bianchi con cui sono entrati in contatto gli Kwaio del villaggio, quello che conta e che resta sono le emozioni che abbiamo provato insieme, ciò che abbiamo imparato da loro e ciò che gli abbiamo lasciato di noi.

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Allora… Qual è il vero Spread? Quello che ci viene imposto dalle leggi del nostro mercato o quello che rende unico ogni popolo?
Quelle tra noi e gli Kwaio, secondo me, sono le vere e uniche differenze che bisognerebbe rispettare per vivere tutti nel migliore dei mondi possibili.

Carlo Castagna


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